Petali D'acciaio - Martina Velocci

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Petali D'acciaio

 
 


Dalla prefazione a cura di Stevka Šmitran:

Martina Velocci, nella sua raccolta Petali d’acciaio, ci introduce in un mondo negato, ostile, nemico. Il titolo stesso è un verso della poesia introduttiva che qui fa da guida al lettore. [...] E c’è un’esplicita urgenza di raccontare se stessi in una catena di poesie senza titolo, come a voler sottolineare che il tono e il ritmo non si distinguono, sono gli stessi dall’inizio alla fine.
Un monologo interiore sussurrato con parole a volte aspre, altre volte amabili, conservando molto di quella indocilità giovanile che rende tutto emozionale. I “petali d’acciaio”, i due contrari che si compenetrano come gli artefici del bene e del male, del sì e del no, sorretti dall’“io” e dal “tu” che qui s’incontrano, s’incendiano, si abbandonano.
La necessità di affinare la propria interiorità nella sofferenza dell’amore incompreso si fa pressante di verso in verso, di pagina in pagina. L’applicabilità del consiglio “penetrate in voi stessi”, che Rilke scrive al giovane poeta signor Kappus, non solo è accertata, ma è il filo conduttore dell’intera raccolta. È l’unico luogo cui si accede e in cui si è riconosciuti senza. È l’unico luogo a cui attingere quando il tempo non ha sedimentato esperienze, ma tracce sospese e incerte, con la fragilità concettuale senza alcuna concretezza di immagini, ma solo certezza di impressioni. Come se l’autrice volesse mettere a tacere gli orpelli linguistici troppo descrittivi, prediligendo quelli che rendono l’amore esemplare nella sua essenzialità concettuale, alla ricerca dell’assoluto. Alla staticità di immagini corrisponde la certezza che non ci è promesso nulla, su cui possiamo fare sicuro assegnamento: “Perché/ il certo è ormai perso”. L’anima malinconica che ha perduto l’orizzonte e vuole ristabilire la propria presenza nel tempo: “Mai più sarà riaperto quel sole/e ancora mille volte sarà amato quel/ mare”. Forse la “verità” delle cose per un poeta che adempie al suo ruolo è semplicemente quella di far funzionare la lingua, è il dolore eterno che si eredita senza sapere come e perché. Quando le “luci d’acciaio” si accendono, la poesia della Velocci ha “uno sguardo che ama”.
Marina Cvetaeva sosteneva che la “cronologia”, la biografia in senso lato, è la chiave per la comprensione dei versi che nel caso della Velocci si traduce nella sofferenza dell’amore e delle sue forme di abbandono. Il verso dice cose dal silenzio dell’anima: “Un arco con le frecce sotto/ il manto di un sogno che non c’è”. Ma il dolore si inscrive in un’agenda personale dell’autrice per creare se stessa nelle poesie. E se il proprio oggetto d’amore nella notte della verità “ha scelto/ di suonare/ un ottuso/ violino/ d’avorio” tutto è chiaro nella “verità ricercata” poiché “solo la verità/ può liberare l’anima/ da sé”. In questi abbozzi da ridefinire e riabbraciare con parole nuove quali sono i fili d’acciaio, la poesia si ridefinisce in tutta la sua interezza. Ed è questa la forma in cui “l’aria trapela nell’acciaio”, che la Velocci si sente parte integrante della poesia e afferma la propria presenza nel tempo.

 
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